lunedì 9 novembre 2009

L'ITALIA NON PUO' RINUNCIARE AGLI OUTSIDER


ITALY CANNOT GO WITHOUT ITS OUTSIDERS

(testo italiano originale a seguire)

Italy is different. It is different from the country so many dream about, the country which casts its spell on the foreigners on holiday, the country we would like to live in. Italy is hard on those who "don't count", it is not a country used to worship the self made man (or woman). Rather the opposite, those who come from the lower circles, those who see things differently are looked upon with suspicion: who do they work for, what do they really mean?
But this is actually the most interesting part of the country: Italy's Outsiders. It's the 60% of the population, mostly women and young. Here in Italy, if you are not a male, and aged, you are not taken into account, not really. Maybe you are good for fun, for a distraction, but not for a real Change (if you know what I mean).
Power, and all that it implies (politics, money, education, culture, social rank, balance in the family) is all in the hands of a little group of a few thousands males, aged males, 60 years old on average. They go on choosing, as consultants, as possible successors, people who look exactly like them. Their conform. Those who are different can be smart, but if they are outsiders, hardly will they ever be listened.
What could be said is: too bad for them! We live in democracies, why don't these people step forward? They have the strenght, the possibility to do so. So, it is also their fault, if nobody listens! They just complain!
I don't agree: it is too bad for Italy! Italy goes along without more than half of its own resources, and the people who are younger, stronger, new energies, new ideas! Italy needs its outsider to make things work better, to make the economy, politics, the labour market, work. This is what "LA SFIDA DEGLI OUTSIDER", "outsiders' challenge" is about.
I have decided to write about them, maybe because I still feel as an outsider myself, even though for decades I thought it was not so. We, "girls", we often delude ourselves saying that opportunities are equal for everybody. We thought we fought on an equal footing. Then, in the end, we realize it is not so. At the beginning we are not considered because we are too young and unexperienced, afterwards because we are women.
La sfida degli outsider, the outsiders' challenge, is a political book, a book that calls for an alliance, for a battle. If we win, Italy will thank us.



L'ITALIA NON PUO' RINUNCIARE AGLI OUTSIDER

L’Italia è diversa. E’ diversa da quel paese che in tanti sognano, quello che credono di vedere gli stranieri che vengono in vacanza, quello nel quale noi vorremmo vivere. L’Italia è dura con chi non fa parte dei gruppi che contano, e non è un paese abituato ad ammirare chi viene fuori dal nulla. Anzi, chi propone una visione diversa dal previsto viene guardato sempre con sospetto: chissà che cosa ”veramente” vuole dire....
Eppure questa Italia di Outsider è l’Italia più interessante. E’ composta da oltre il 60% della popolazione e per lo più da donne e ragazzi, che contano poco o niente, contrariamente a quello che succede nel resto del mondo occidentale. Lo sguardo diverso, qui da noi, non è gradito. Se non si è maschi, e "di peso", non si viene presi sul serio. La novità, il fuori dal coro, può suscitare tutt’al più un effimero divertimento. Ma non un cambiamento.
Il potere, con tutto ciò che ne consegue (e cioè la politica, i soldi, la cultura, l’importanza sociale e perfino in famiglia) appartiene per lo più a un gruppo di poche migliaia di maschi intorno ai sessant’anni. E loro continuano a scegliere, come collaboratori e come possibili successori, i loro simili. Questo è un problema oviamente per tutti quelli che non riescono a sfondare questo muro. Possono essere, bravi, bravissimi, volenterosi, pieni di energia, ma se sono outsider, difficilmente riusciranno perfino a farsi ascoltare.
Ma si potrebbe dire che la colpa è di queste persone, che questi outsider che cosa fanno per farsi avanti? SI lamentano e basta? PEGGIO PER LORO! No, purtroppo è peggio per l'Italia, che rinuncia a oltre la metà delle proprie risorse, che non utilizza idee nuove, energie nuove, anzi le lascia marcire, ripercorrendo sempre le stesse strade. Gli outsider servono al Paese per far funzionare l'economi,a i servizi, la politica. Ecco di che cosa si occupa La sfida degli Outsider.
Di loro ho deciso di occuparmi. Forse perché anche io mi sento un’outsider. Per decenni ho creduto che non fosse così. Noi ”ragazze” spesso ci illudiamo che ci siano per tutti le stesse opportunità. Che anche noi combatteremo ad armi pari con tutti gli altri. Poi, a poco a poco, ci accorgiamo che non è così. E che se prima non trovavamo abbastanza credito perché troppo giovani, dopo succede perché donne.
Ecco perché ho scritto LA SFIDA DEGLI OUTSIDER, un libro ”politico”, che vorrebbe incitare anche tanti di noi a non accettare passivamente di essere tali, a riconoscere i pochi (ma ci sono, qua e là), i pochi segnali di cambiamento e premiarli. Alleiamoci, combattiamo, rompiamo le scatole. E’ l’unico modo. E poi l’Italia ci ringrazierà.

venerdì 6 novembre 2009

OUTSIDER. La nuova avventura


Aprii questo blog due anni e mezzo fa, mentre lavoravo al mio primo libro, "Precari e contenti". Volevo raccontare il mondo del lavoro dei giovani dal punto di vista di quelli che, pure tra tante difficoltà, riescono a trovare la loro strada, riescono a fare ciò che amano, grazie alla passione, alla testardaggine.

Il mercato del lavoro italiano, dicevo, non funziona. Non funzionava neanche quando ero una giovane laureata io, negli anni Ottanta. Già allora i giovani si dibattevano e si disperavano perché non trovavano opportunità.
Però, con "Precari e Contenti" volevo indicare una strada di riscatto personale e uno spiraglio per tutti: in fondo in questo mercato, sembrerà strano, ci sono molte opportunità che bisogna imparare a cogliere, ci sono novità positive che bisogna sviluppare , e on soffocarle.

Da quel libro sono nate tante esperienze, tanti incontri, tante riflessioni. Tutte girano intorno al tema delle opportunità, alle storie di giovani di quest'Italia che non sempre sembra quel Paese moderno e nel quale sarebbe bello vivere come a tutti noi piacerebbe. La mia attenzione nei confronti del mondo del lavoro, e delle relazioni tra mondo del lavoro, politica e vita di tutti i giorni, si è approfondita.

E sempre di più mi sono resa conto che i giovani fanno parte di un gruppo di outsider, che potrebbe dare molto di più, se avesse e sfruttasse le occasioni.. E sempre più mi sono dovuta arrendere alla constatazione che le donne, più della metà della nostra società, non hanno pari opportunità, non hanno pari dignità, non hanno peso in questa società. Soprattutto, lo voglio sottolineare, questi due gruppi, che sono maggioranza, sono delle enormi risorse, economiche e politiche. Potrebbero fare il bene del nostro Paese se fossero ben sfruttati, e potrebbero crescere umanamente ed economicamente, se fossero stimolati. In questo sono nella stessa condizione dei giovani, anche se le donne sono tante: se si rendessero conto del proprio potenziale potrebbero rovesciare l'Italia. Invece non lo fanno.



Ecco, questo è l'inizio del viaggio, La Sfida degli Outsider , in libreria dall'11 novembre 2009.




ENGLISH VERSION
OUTSIDERS. THE NEW ADVENTURE

I started this blog two years and a half ago, while working at my first book, ”Precari e contenti”. I intended to tell stories about young people and the labour market, from the point of view of those who, amidst lots of difficulties, find their way, thank to their passion, and their strong will. Those who succeed, at las, in finding the job they love. The italian labour market has always been a difficult one: it didn’t work well when I was a young graduate, in the Eighties. At the time, young people already struggled to find job opportunities, perhaps more than now. Writing ”Precari e contenti” I wanted to show a way of personal ”rescue” and a path for everyone: even in a difficult market as the italian one, there are opportunities. We have to make them more, not crush them.

From that book on, many things sprang out: reflections, experiences, new people I have met.

This new voyage is all about the opportunities that are, or are not, to be found at this time in Italy, a country which is not always the beautiful country we all would like it to be. In th last two years I have deepened my knowledge of the labour market and I have learnt more and more about the relations between the labour market, politics, and everyday life.

More and more I have come to realize that the young are outsiders in the italian society. And more and more I have come to accept the hard truth about women in our society: they have not equal opportunities, they have not equal dignity, they don’t count. The condition of women and young is similar. The only difference is that women are a lot: if they realized how powerful they could be, they could overturn Italian power. But they don’t.


Together, these two groups are a formidable resource, but they are not recognized as such and there are two few active policies for them.

So, this is the beginning of this new journey, with ”La sfida degli Outsider”, ”Outsider’s Challenge”, on sale in bookshops and on the internet from November 11th 2009.

martedì 27 ottobre 2009

Donne e economia


"LE DONNE possono salvare l’economia mondiale. Anzi, potrebbero, se gli uomini le lasciassero fare. Secondo uno studio dal titolo ”Le donne vogliono di più” del Boston Consulting Group, citato da Kevin Voigt di Cnn.com, le donne sono la potenza economica che cresce più velocemente nel mondo, nonostante la crisi. Altro che Cina o India. Entro la fine del 2014, stima la Banca Mondiale, il loro reddito personale dovrebbe raggiungere i 18 mila miliardi di dollari, con un incremento di 5 mila miliardi rispetto al reddito attuale. Ma la loro capacità di spesa è ancora superiore, perché sono proprio le donne che spesso decidono cosa e quanto comprare. In Cina le donne sotto i 35 anni sembra che abbiano fatto crescere la spesa, nonostante la crisi, del 15 per cento nei primi nove mesi dell’anno. E entro la fine del 2009, il numero di donne che lavora negli Stati Uniti avrà superato il numero di uomini. Eppure, quelle stesse donne che raggiungono questi risultati, sono ben lontane dall’aver conquistato il potere che ne dovrebbe discendere, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Negli Stati Uniti non solo le donne che guidano una grande azienda sono ancora una minoranza (38 su 400 ”top company”), ma soprattutto ancora guadagnano meno degli uomini: 77 centesimi per ogni dollaro di un uomo. In Italia le donne che lavorano sono appena il 46% del totale, e meno del 5% di chi siede nel Cda di una grande azienda è una donna.Il paradosso a dire il vero non è nuovo. Sono già parecchi anni che gli istituti di ricerca mondiale calcolano di quanto il Pil di un determinato paese o di una regione del mondo potrebbe crescere, se le donne entrassero nel mercato del lavoro e accedessero al management nella stessa misura degli uomini. In Italia si stima che la parità economica delle donne sul mercato del lavoro possa valere almeno 7 punti percentuali di Pil. E esistono studi che rilevano la crescente redditività delle aziende guidate da donne. In Norvegia la legge che impone almeno il 40% di presenze femminili nei Cda delle società quotate è stata osteggiata furiosamente dagli uomini, ma poi si è dimostrata benefica.La cosa più sconcertante, però, è che neanche la crisi mondiale abbia convinto chi ancora detiene il potere economico (e politico), cioè il tipico maschio over 50 (in Italia anche over 60) a valorizzare questa risorsa. Anzi, come rileva la ricerca BCG, nel momento di crisi gli uomini tendono a mettere le donne da parte con la scusa che ”ci sono cose più importanti da fare”. Così, le istituzioni finanziarie e le aziende non si sintonizzano proprio con il loro potenziale miglior cliente, le donne. Un esempio di investimento sulle donne in realtà esiste, ed è nel microcredito. Chi conosce la storia del nobel Muhammad Yunus, sa che proprio le donne nei paesi più poveri sono le persone più affidabili e che lavorano di più per migliorare le condizioni della famiglia e dei bambini. Ed è investendo su di loro che Yunus ha fatto fiorire la sua banca, la Grameen. Tra gli immigrati, poi, sono le donne che mandano le rimesse più consistenti nei paesi di origine. Eppure, perfino nei nostri civilissimi paesi questa lezione ancora non è stata imparata. Le aziende hanno un atteggiamento spesso paternalistico verso le clienti, e le banche in particolare non le prendono molto in considerazione: ”Gli uomini in affari hanno dei mentori, le donne no - dice una rappresentante della Global Banking Alliance for Women, citata da Cnn.com, Teri Cavanaugh - Le donne vogliono avere un rapporto con la loro banca, vogliono informazioni e consigli, ma le banche non sono strutturate in modo adeguato”.E così in tutto il mondo continuano a perdere la loro occasione. "
Questo ho scritto oggi sul Messaggero, riprendendo un articolo su CCC.com. Insieme a questo vi invito a leggere l'articolo scritto da Leonardo Maisano sul Sole 24Ore "Nasce il fondo rosa e punta solo sulle donne", da Londra Pper ora senza link). L'economia e la finanza non possono più fare a meno di una fetta così dinamica della società, ma anche le donne si devono muovere...

lunedì 19 ottobre 2009

Chi non crede nel posto fisso?


Ma che razza di frase è ”Credo nel posto fisso” ? Eppure l’ha pronunciata Giulio Tremonti, ministro intelligente, con l’aria di chi fa una rivelazione epocale.
Ha piantato la sua bandiera su un terreno di battaglia e ora vuole raccogliere i frutti. Ma sono frutti avvelenati, come quelli cercati da chi in passato su questo, posto fisso o flessibilità, ha condotto la sua sporca guerra.

Chi è che messo di fronte alla scelta posto sicuro- posto insicuro, sceglierebbe il secondo? Nessuno in prima persona, se non per paradosso, ovvio.

Ma il punto non è questo. In ogni paese civile è normale, lo è stato per decenni, avere un lavoro. Il lavoro della vita. Più o meno. Ma era anche normale che in alcune circostanze il lavoro non fosse il lavoro della vita, bensì semplicemente un lavoro per sbarcare il lunario. Ma era anche normale voler cambiare, o poter cambiare, migliorare, spostarsi. Tutto ciò è normale.

Mi ricordo che negli anni Ottanta, parlando con un ragazzo americano in Inghilterra, cercavo di spiegargli che in Italia gli studenti universitari non erano soliti fare dei ”lavoretti”, perchè da noi il lavoro era per la vita o non era. Ecco perché molti di noi magari andavano all’estero a lavorare d’estate.

Le cose poi sono cambiate. Negli anni Novanta il lavoro a tempo determinato e poi le collaborazioni sono state regolamentate e sono entrate a far parte ufficialmente del mondo del lavoro (che prima invece contemplava allegramente il lavoro nero come unica alternativa al posto fisso). Si è fornito ai lavoratori e alle imprese un’opportunità in più. Infatti nei successivi dieci anni il numero degli occupati in Italia è aumentato. Ciò nonostante siamo ancora uno dei paesi industrializzati nel quale lavora il numero più basso di persone. Ma questo discorso ci porta lontano.

Cosa è meglio in tempo di crisi? Il posto fisso o il posto flessibile? Che domande. Ma se uno ha perso il lavoro - chiedo- è meglio un posto insicuro o è meglio la disoccupazione?

Ecco, come si vede la realtà è un po’ più complicata di come adesso Tremonti ce la vuole presentare.

mercoledì 30 settembre 2009

Qual è la destra, qual è la sinistra?




La Germania tradisce il suo tradizionale partito socialdemocratico e sceglie con decisione quello che noi chiameremmo centro-destra. Le ragioni sono tante e si può parlare del ruolo della crisi, del declino del wlfare state e di altro. Ma è interessante che la Germania decida di farsi governare da due personaggi che in Italia sarebbero totalmente estranei alla tradizione del centro destra, perlomeno come ce lo rappresentiamo noi: una donna e un gay dichiarato. Angela Merkel e Guido Westerwelle hanno vinto le elezioni con un programma liberale-di mercato, ma rappresentano una nuova politica, che supera la tradizionale divisione tra destra-uguale-conservatori, e sinistra-uguale-progressisti. Credo che questo sia il segnale che ci manda la politica del primo decennio del XXI secolo: le divisioni tradizionali sono superate, conservatori e progressisti si trovano ormai in entrambi gli schieramenti, e sempre di più gli elettori si riconoscono in personaggi nuovi e parzialmente anomali (Obama, Sarkozy, in Gran Bretagna il prossimo potrebbe essere Cameron), quelli che si potrebbero definire outsider, anche se non fanno parte, anzi forse proprio perché non fanno parte, di quello che un tempo era l’area progressista. Insomma, la politica si è complicata rispetto ai decenni scorsi. E anche la sinistra nostrana dovrebbe cominciare a rendersene conto.

venerdì 10 luglio 2009

Non è un paese per giovani



Qualcuno è già stufo. Per un po' ha sopportato, ma ora già non ne può più di sentir parlare del dovere di aprire gli spazi ai giovani, di dare più peso politico ai giovani. E' strano, perché questi "giovani" non sono da nessuna parte, se non in qualche discorso di facciata, per l'appunto. "I giovani italiani sono tra quelli con minor peso politico nel mondo occidentale", scrivono Elisabetta Ambrosi e Alessandro Rosina in "Non è un paese per giovani", Marsilio editore. Una ricerca sulla condizione dell'Italia, un paese che vive sulle rendite e pensa poco al futuro, nel quale il debito pubblico blocca qualunque slancio progettuale, nel quale scarseggiano le utopie, ma anche più prosaicamente, manca l'idea stessa di "bene pubblico, di bene comune", e nel quale come conseguenza, anche la condizione dei giovani non è buona.
E' importante, secondo me, sottolineare che le prospettive pessime dei ventenni e dei trentenni dipendono dal contesto generale. Altrimenti sembra che si facciano appunto i soliti discorsi da "largo ai giovani", che poi giustamente suscitano la reazione nauseata dei cinquanta-sessantenni che chiedono quale senso abbia disprezzare (a parole, ben inteso) la loro esperienza e le loro competenze. E' importante ciò che scrivono Ambrosi e Rosina:"Meno si investe sui giovani e li si valorizza e meno essi potranno giovare al proprio paese, contribuire fattivamente al suo sviluppo (...)dal successo individuale nel processo del diventare adulti dipende anche il futuro e il successo della comunità civile nel suo complesso" (p. 23). Ecco perché chi prende sul serio questo discorso, in realtà, sta facendo un discorso sull'investimento nel futuro, nella crescita del Paese. Altro che buonismo: i giovani vanno sfruttati. Vanno "utilizzati" per ciò che sanno fare: dare slancio al cambiamento. Non a caso, sia detto per inciso, il "change" vincente di Obama.
I dati parlano chiaro: siamo l'unico grande paese nel quale è occupato solo un giovane (tra i 15 e i 25 anni) su quattro; siamo l'unico grande paese che ha un'elite formata al 45% da ultrassettantenni (gli altri paesi sono al 30%). Non parliamo di stipendi bassissimi all'accesso al lavoro, di professori universitari under 35 (qualcuno una volta li ha definiti dei panda). E non parliamo di natalità, causa ed effetto dello scarso peso politico dei giovani in Italia. Oggi i giovani, anagraficamente, sono una rarità.
Guarda caso, la situazione in cui si trovano i giovani in Italia è condivisa con un'altra larghissima fetta della popolazione: le donne. Ambrosi e Rosina lo notano, anche se in un solo capitoletto: anche le donne sono state escluse dal potere. "Le redini delle istituzioni, delle aziende, dei giornali [sono] stranamente finite tutte in mano agli uomini" (p. 85). Non che qualcuno le abbia volutamente escluse, non che alcuna legge impedisca alle donne di occupare questi posti. No. "semplicemente e silenziosamente, per quei posti furono scelti sempre gli uomini", scrivono gli Autori. E, anche in questo caso come in quello dei "giovani", non manca chi le invoca, chi le utilizza come icone, immagini "interessanti", chi addirittura, aggiungo io, quando si fa una nomina importante proclama che "la prossima volta" per questo posto vedrei bene una donna". Una bella presa in giro. La verità è che abbiamo una struttura di potere "tenacemente antiquata", che esclude i giovani, e le donne, riproducendosi sempre per cooptazione dell'uguale.
Le colpe? Al primo posto le "pratiche selvaggiamente gerontocratiche, familiste e corporative" dominanti, messe in pratica da chi ha il potere e , magari, si riempie la bocca di peana al "merito", che però non mette in pratica.
Va detto però che qualche "colpa" ce l'hanno anche loro, i giovani, con i quali invece Ambrosi e Rosina sono forse anche troppo indulgenti. Sottolineano l'assensa di dissenso e di conflitto che li affligge. Sottolineano il loro essere spesso viziati da famiglie iperprotettive, che li hanno cresciuti nelle comodità. Notano come i giovani italiani, pur lavorando meno dei loro coetanei stranieri, ben difficilmente rinuncino (al contrario di quelli) alla macchina, al cibo buono, a vestiti inutilmente costosi e firmati", eccetera. Ambrosi e Rosina aggiungono anche che tra i giovani italiani non solo "le utopie scarseggiano", ma è subentrata "una privatizzazione dei fini, una riduzione della speranza al piccolo ambito quotidiano (...) E' come se i giovani di oggi, invece di fare la rivoluzione pubblica, cercassero di mettere in atto una micro rivoluzione permanente e privata" fatta di realizzazione di sé, autenticità personale e così via.
Ma gli Autori giustificano tutto ciò con l'estrema precarizzazione del lavoro che instillerebbe incertezza e incapacità di reagire " per paura" che qualcosa possa essere loro "tolto". E qui la storia si incarica di dimostrare che non può essere così, che i giovani hanno sempre cercato di far valere i propri diritti, anche in condizioni estremamente sfavorevoli. Esempi a noi contemporanei di altri paesi (vedasi Iran) stanno lì a dimostrarlo.
La conclusione che se ne trae è che viviamo in un paese antiquato e bloccato. E che certi blocchi e certe "arretratezze" culturali colpiscono gli stessi giovani e le stesse donne, i quali non si rendono neanche del tutto conto delle ingiustizie, delle esclusioni che subiscono.
"Non è un paese per giovani" non lascia, alla fine, grandi speranze. Però segnala brevemente quattro "muri da abbattere" per cominciare a smuovere le acque dell'Italia bloccata. I quattro "muri" sono l'enorme debito pubblico, l'iniqua ripartizione delle spesa per la protezione sociale, i vincoli anagrafici di accesso alle cariche pubbliche, i meccanismi di rinovo della classe dirigente. Da qui, per quanto arduo, si deve partire.

martedì 9 giugno 2009

Giovani leoni e leonesse




E così Debora Serracchiani, recente scoperta del Pd, definita spesso ”ragazza” nonostante i suoi quasi 40 anni, ha avuto una valanga di voti ed è stata eletta al Parlamento Europeo. Speriamo che non se la scordino lì. Perchè lei è l’incarnazione del desiderio di novità, di schiettezza, di donne e giovani che hanno qualcosa da dire nel partito democratico. E non solo. Debora Serracchiani non sarà contenta, ma io la metto in compagnia di tutte le altre novità di queste elezioni, tra Europee e Amministrative.

Ci sono molte piccole e grandi sorprese. Da quelle ormai ovvie e che sono esplose in faccia a tutti, come l’affermazione dell’Italia dei Valori, alla valanga di preferenze (con la stessa Idv) di De Magistris, giovane magistrato finito nel mirino del centrodestra. Ma è un segnale importante anche l’elezione (e con tanti voti) delle ex candidate-veline, le belle scelte dal Cavaliere per le loro qualità mediatiche. Un nome per tutti: Barbara Matera, anche lei trionfalmente diretta a Strasburgo. Aggiungerei a questo gruppo, messo insieme con una prima veloce scrematura, anche Matteo Renzi a Firenze, trionfatore delle primarie del Pd, ma anche Roberta Angelilli, Pdl.

Io sento, in una parte dell’elettorato, (certo, non in tutto, non in quello che ha scritto i nomi di De Mita o di Mastella, ma in una parte importante) un’ansia di farsi rappresentare da persone che portino idee, stili di vita nuovi, magari più simili a chi li vota: donne, giovani, fuori dalle vecchie ideologie del Novecento, che possano portare in politica un bagaglio più vario, più concreto dei politici di professione vecchio stampo, e ancora a caccia di un nuovo sogno politico.

A tutti loro , a destra e a sinistra, e a noi, faccio tanti auguri.

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